Firenze, 11 aprile 2017

 

Mantenere un buon livello di vitamina D nel nostro organismo è essenziale per conservare un corretto metabolismo minerale e scheletrico. La vitamina D, diversamente delle altre vitamine, non si assume attraverso l’alimentazione, ma è sintetizzata dalla pelle quando questa viene esposta ai raggi solari: accade così che gran parte della popolazione non presenti valori ottimali di questa vitamina, soprattutto in periodi come la stagione invernale, quando l’esposizione e la radiazione solari sono insufficienti. Ecco allora che l’uso di supplementi di vitamina D è diventato sempre più diffuso, anche per i molti benefici attribuiti alla vitamina D nel prevenire e trattare malattie croniche, quali malattie cardiovascolari, tumorali, autoimmunitarie. Ma su cosa si basa di tutto ciò? Se lo sono chiesto i principali esperti di malattie del metabolismo minerale e scheletrico riuniti nel marzo scorso a Firenze dall’ESCEO, la Società Europea che si occupa degli aspetti clinici ed economici dell’osteoporosi e dell’osteoartrosi. Dopo aver preso in esame gli studi scientifici disponibili sull’argomento, si sono espressi sul se e come raccomandare l’utilizzo della vitamina D per malattie extra-scheletriche.

 

Abbiamo chiesto di fare il punto a Maria Luisa Brandi, Professore Ordinario di Endocrinologia dell’Università di Firenze, che è anche coordinatrice della pubblicazione che raccoglierà il lavoro prodotto dagli esperti ESCEO su questo argomento. “Per poter raccomandare l’utilizzo di un trattamento farmacologico e non – ci ha detto la Professoressa – per prevenire o curare una malattia, abbiamo bisogno di studi fatti su grandi numeri di pazienti, che ne abbiano dimostrato sia l’inconfutabile beneficio in un certo ambito, sia la sicurezza per il paziente”. Continua la professoressa: “È un dato di fatto che i livelli della vitamina D siano certamente insufficienti in gran parte della popolazione e vadano sicuramente ottimizzati. In primo luogo per mantenere un ottimale equilibrio minerale e scheletrico, ma anche per far funzionare correttamente i muscoli, così come per far agire meglio i farmaci che prescriviamo per malattie ossee come l’osteoporosi ed evitarne gli effetti collaterali, oppure per prevenire il rachitismo nei bambini. Ma da questo non si può dire che la vitamina D vada somministrata indifferentemente a tutta la popolazione come panacea per prevenire o curare altre malattie”. Nell’articolo pubblicato sulla rivista internazionale “Endocrine”, sono stati discussi i risultati ottenuti con l’utilizzo della vitamina D nelle malattie croniche maggiori. “Studi in laboratorio hanno dimostrato con certezza che la vitamina D attiva ha sicuramente una funzione importante in numerosi processi fisiologici: modula il sistema immunitario, riduce la pressione arteriosa, secondo alcuni studi riduce la mortalità ed i dati sul trattamento di fasi precoci di malattia sono sicuramente interessanti”, continua la professoressa Brandi, “ma purtroppo, ancora, non sono disponibili studi in così grande scala da poter dimostrare ciò in maniera inconfutabile. Per questo oggi come oggi non possiamo raccomandare l’utilizzo della vitamina D indifferentemente in patologie croniche extrascheletriche. Certamente questo è un ambito molto interessante ed esistono gruppi di ricerca internazionali attualmente impegnati in studi sulla popolazione su larga scala i quali risponderanno presto, almeno in parte, ai nostri quesiti”. 

 

La supplementazione con vitamina D ha effetto per prevenire le malattie cardiovascolari e autoimmuni? Se ne può raccomandare l’utilizzo come terapia per il cancro? È sicuro impiegarla in grandi dosi per modulare processi patologici? Ha senso trattare soggetti che sono fisiologicamente carenti di vitamina D solo in una parte dell’anno? Questi sono alcuni dei quesiti ancora aperti, ai quali la ricerca scientifica spera di poter dare presto risposta in un campo di sicuro interesse per potenziali futuri sviluppi.

 

Data comunicato: 
11 Aprile 2017